dal sito:http://www.urbancityrovereto.it/

Rovereto non è una periferia

E’ da un po’ che mi chiedo cosa stia succedendo a Rovereto” scrive Giuseppe Parolari sul Trentino di sabato 7 novembre.

In punta di piedi, ponendosi come osservatore esterno, parla di una città che mostra segnali di stanchezza e di crisi profonda. Una città sfibrata, che assiste alla lenta chiusura di negozi storici, dove la qualità dell’offerta va gradualmente appiattendosi, con un nucleo centrale vocato al passeggio sempre più ridotto, una città che diventa periferia di sé stessa.

Ciò che colpisce, prosegue Parolari, è la mancanza di entusiasmo, il senso di rassegnazione che l’urbe esprime in questo momento, quasi il disinteresse ad essere protagonista del proprio destino.

Leggere un simil commento, specialmente a chi vive la città quotidianamente, non può certo far piacere e certamente sono dell’avviso che in città siano presenti stimoli molto significativi come anche un tessuto sociale molto attivo e molto partecipe.

Tuttavia, questa sensazione descritta un certo fondo di verità la racchiude. Il momento non è dei più floridi e tale condizione non riguarda certo solo Rovereto ma anche molte altre città. Trento non  ne è esente, a mio avviso e neppure Verona se parliamo  di continua alternanza di offerta commerciale, di negozi mordi e fuggi e di appiattimento dell’offerta. L’analisi è molto articolata e riguarda soprattutto la capacità media di acquisto delle famiglie e la sopravvivenza dei mercati di nicchia.

Chi parla della città della Quercia, non può non citare le sue numerosi istituzioni culturali, dal Mart alla Campana dei Caduti, il Mueso Civico, il museo della Guerra. L’elenco è solo parziale.

Rovereto ha conosciuto nei secoli momenti di significativa vivacità intellettuale e culturale, dando i natali a personaggi illustri che ne hanno fatto la storia non solo della città ma portando il loro protagonismo anche oltre i confini.

Crocevia di culture diverse si è sempre differenziata moltissimo dal capoluogo per motivi essenzialmente di carattere storico. La dominazione veneziana per quasi un secolo, quel rappresentare successivamente la zona franca ai confini del regno che autonomamente dialogava con l’Impero, quel regime di autonomia non goduto da altri territori trentini già spiegano il terreno fertile instauratosi e la conseguente tradizione culturale sedimentata nel tempo, che certo ebbe il suo massimo sviluppo con l’industria della seta.

Verso la fine del Settecento  la popolazione raggiunge infatti un significativo livello di benessere, di questo periodo sono molte delle trasformazioni urbanistiche della città come delle realizzazioni architettoniche che tuttora la caratterizzano: il Corso Nuovo, i palazzi pubblici, il nuovo teatro, il palazzo dell’istruzione e via discorrendo. Seta, Artigianato e  commercio le filiere produttive della città.

Rovereto ricorda la nascita di istituzioni fondamentali ad opera di imprenditori  illuminati come la Cassa di Risparmio di Rovereto e la Camera di Commercio e questo non può altro che indicare che la maggior attività, quella economica,  proprio qui si svolgeva.

Massima la cultura dell’iniziativa privata, delle capacità imprenditoriali e professionali, della convinta e diffusa cultura del lavoro. Ho già avuto modo di ricordare il connubio tra amministrazione pubblica e sinergie private nella costruzione del grande opificio Manifattura Tabacchi, simbolo allora della riposta ad una crisi profonda e paradossalmente investimento ancora tutt’oggi in un nuovo modello di sviluppo che la città di Rovereto parrebbe sperimentare, se pur non ancora interiorizzato dalla città stessa (Manifattura Domani – Polo della Meccatronica)

Ed è proprio sulla leva del rapporto tra istituzioni pubbliche e sinergie private che, a mio avviso, Rovereto dovrebbe tornare ad investire. Quello che mi chiedo è quanto Rovereto voglia veramente essere protagonista nella direzione di questi processi.

Parolari, giustamente, cita l’intervento, in corso di realizzazione, della stazione Autocorriere, affermando che forse potrà riportare sul Corso Rosmini quella vivacità, che un tempo tutti ricordano, il passeggio, le famose vasche sul Corso Rosmini. L’opera si sta concretizzando nella sua definizione architettonica, che mostra un immagine certamente nuova per i roveretani ma accattivante da più prospettive nel suo inserimento urbano. Ma naturalmente il mio giudizio non può che essere di parte. Vedremo e io me lo auguro sinceramente, se l’investimento darà i suoi frutti per la città. Certamente il pubblico ha cercato, anche nella sua funzione di controllo, di accompagnarlo, innescando un processo virtuoso sia per l’economia che per il commercio ma anche e soprattutto per la crescita di una città che dalla realizzazione del Mart non ha più visto nuovi investimenti e nuove trasformazioni urbane.

Vale la pena ricordare che l’intervento nel suo complesso ha ricevuto menzione speciale per il premio Best Practice Patrimoni Pubblici 2013 al 7° forum nazionale patrimoni immobiliari urbani territoriali pubblici a Roma.

L’apertura del collegamento pedonale con il Follone sarà un ulteriore tassello. Rovereto deve scommettere sulla sua bellezza, sulla qualità del suo centro urbano, che non deve diventare periferia come dice Parolari ma allargarsi, coinvolgendo sempre di più vie limitrofe e favorendo  quel modello urbano che investe sull’infrastrutturazione esterna e sulla chiusura al traffico viabilistico delle macchine, al suo interno. Inutile dire che troverei assolutamente negativo, se non anche l’unico caso nella storia, la riapertura di via Tartarotti così attualmente ben sistemata e diventata pedonale. Assolutamente improponibile anche pensare che la strada venga aperta, per poi tornare ad esser chiusa sabato e domenica o negli orari serali. Se il commercio è l’anima della città, chiudere le strade quando i negozi sono chiusi direi che non ha alcun senso.

La sfida è rendere attrattive le piazze di Rovereto, sfruttando quell’infrastrutturazione esistente e recentemente inaugurata, ancora sottoutilizzata, si pensi al parcheggio ex mensa Bimac usato al 10% delle potenzialità, per assenza di un piano di azione generale sui parcheggi, che sono certa arriverà a breve.

Il problema non sono certamente 100 m di strada ma il modello di città al quale si guarda e il caso in esame fa la differenza, se si punta alla rivalutazione del commercio, alla sinergia col turismo culturale, alla possibile valorizzazione di investimenti privati con l’aiuto del pubblico. Ogni azione lancia un messaggio culturale e questo non va dimenticato.

Cosa l’amministrazione comunale abbia in mente rispetto a questi temi ancora non è emerso, auspico tuttavia che non sia un ritorno a modelli non più attuali e certamente non utili allo sviluppo della città.

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